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Sverginità: "barbara"
Data: 10/02/2020, Categorie: Etero Autore: renart
... Mazza non si fa pregare, si tira su, con le caviglie della figona che rimangono sulle sue spalle da uccellino, così che la potta, aperta al massimo grazie al lungo lavorìo di lingua, si trova giusto in corrispondenza del suo cazzo che, dopo averne inumidito la cappella contro l’interno delle labbra stillanti miele come da un favo, insolca d’un colpo in quell’andito molle fino alla matrice, e comincia a fottere con decisione, abbracciato alle cosce muliebri per garantirsi una spinta ottimale del bacino, con le tettone che sobbalzano ad ogni affondo, mentre lei rivolta gli occhi all’indietro e spalanca la bocca, come se tra le fauci dovesse accogliere un altro grosso transito tipo quello che la sta penetrando così profondamente da sentirlo nello stomaco, ed esala grugniti rochi e lussuriosi che mi mandano in pappa il cervello e che mettono il turbo alla mia mano, che ora sale e scende sull’asta dura come un manicotto sul pistone lanciato a pieni giri. La telecamera gira lentamente intorno ai due, riprendendo la chiavata da diverse angolazioni e attardandosi, non so perché, sulle chiappe senza ciccia del fottitore, che si aprono e si stringono come un vecchio mantice, ogni volta che il manganello esce e rientra, poi inquadra dal basso i coglioni gonfi che si schiantano contro il sesso della donna, come marosi rigonfi di tempesta che schiaffeggiano una scogliera, quindi risale su e riempie l’obiettivo, vivaddio!, delle morbide e sinuose grazie della femmina in calore, e sulle ...
... espressioni deformate del suo viso, zoomando sulla bocca e sugli occhiali, che hanno perso la centratura e ora sobbalzano sghembi, infine il regista conclude la sequenza immortalando il primo piano di La Mazza, le palpebre calanti e la mascella ciondolante, un filo di bava all’angolo destro della bocca e la lingua fuori, come quella di un cane assetato. La situazione – la mia, intendo – precipita al cambio di posizione, quando lei si tira su (mostrando, nell’atto di quell’addominale, tre rotolini di adipe, tre piccole onde di carne che mi mandano in orbita), scende dalla scrivania, si volta e, chinandosi ad angolo retto e poggiandosi con i gomiti sul ripiano del tavolo, offre il suo immenso culo, saldato alle cosce sode e rotonde come colonne di un tempio greco, al giovane che, rimasto orfano del caldo anfratto evidentemente un pelo di troppo, arpiona frenetico i floridi fianchi da giovenca, spinge sull’esterno la presa di carne, così che il solco si allarga mostrando la striscia di pelo che unisce, come un sentiero francigeno, il buchetto grinzoso del culo alla sorca ammiccante, e vi affonda di nuovo dentro, schiantando con più foga ancora il suo ventre contro le chiappe michelangiolesche, producendo uno ciaf ciaf che mi manda in deliquio. Non può durare molto così, sento montare nelle viscere l’orgasmo come albume, non rallento il ritmo della mano, devo assolutamente sbrodare adesso, mi mordo il labbro inferiore nel momento in cui la donna porta una mano fra le cosce e, ...