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Sverginità: "barbara"
Data: 10/02/2020, Categorie: Etero Autore: renart
... urlando come un’ossessa, si sgrilletta il clitoride freneticamente mentre il mandrillo sgancia la morsa dalla chiappe e si stende sulla schiena della puledra che sta montando a velocità costante, come un metronomo del cazzo, abbarbicandosi forte alle mammelle e stropicciandone i turgidi capezzoli fra gli indici e i pollici. È qui che schizzo, urlando, pallettoni di sbrodo denso che si schiantano un po’ sulla pancia un po’ sul monitor del pc, colando lungo i fianchi femminei e addensandosi sulla grata bucherellata della cassa dell’audio, quindi mi occorre recuperare alla svelta un kleenex, prima di combinare un guaio, e mi perdo gli ultimi spasmi che mi sferzano l’uccello scuotendomelo come un fuscello in mezzo alla tormenta. Sto riprendendo fiato quando il trillo di un essemmesse irrompe nell’aria immobile, satura di calore e di ormoni. * Il 12 nero delle 14 è strapieno. Nonostante i finestrini aperti, il calore sprigionato da tutta questa fauna messa insieme e compressa come conigli nella stia è un miscuglio di sudore, ormoni, deodoranti guastati, cibo che fermenta nelle sporte che matrone sfatte mantengono ferme fra le caviglie gonfie, come pinguini maschi il loro brav’uovo, in attesa che qualcuno liberi un posto, o per gentilezza o perché deve scendere, una mistura mefitica che si fonde in un afrore acre, pungente, e che ristagna in questo cubicolo arancione su ruote conservandosi come in un thermos. Il grosso dei viaggiatori, vista l’ora di punta, sono ...
... studenti che producono la chiassosa allegria propria degli ultimi giorni di scuola. Riconosco qualche faccia nota, ci salutiamo con un cenno della testa, visto che le mani sono impegnate a mantenersi, anche solo con un dito, ad un pezzetto di sbarra o di seggiolino. Cerco di guadagnare il centro dell’autobus, chiedendo inutilmente permesso e stringendo fra le dita il biglietto, a mo’ di giustificazione, come se il solo mostrarlo dia per scontato, e quindi motivato, il mio necessario avanzare fino alla testa del mezzo, dov’è collegata l’obliteratrice. Impiego almeno un paio di fermate per arrivarci, sfruttando il movimento tettonico che si produce nella confusa e male orchestrata discesa e salita, ma alla fine, in virtù della corrente umana, sono quasi alla macchinetta, c’è solo l’ostacolo di una donna che la copre, abbarbicata com’è all’asta che la sorregge. Ha i capelli neri e ricci, tenuti assieme come un grosso bouquet da una fascia rossa, una camicetta bianca che le tira un po’ sulle spalle, una gonna leggera, a metà coscia, riempita da un paio di chiappe prepotenti, larghe e sode – come appuro al primo scossone disponibile, grazie al quale sembra del tutto accidentale e privo di qualsivoglia sordida malizia il contatto del mio inguine col suo gran culo. La donna rimane immobile, non accenna a ritrarsi, scorgo il suo sguardo fisso sulla nuca del conducente al di là del divisorio di plastica scura, improvvisata, nonché inutile, bacheca sulla quale fa mesta mostra di sé il ...