1. "E dire che ti odiavo" parte 3


    Data: 18/03/2020, Categorie: Etero Autore: Isabella91

    A partire da quel giorno, mi sembrò di tornare una ragazzina delle medie. Mi ritrovai carica di un entusiasmo quasi infantile. Ero piena di energia, cantavo sotto la doccia, la sera a letto fantasticavo. Al suono della sveglia delle 5.30 sorridevo, non indugiavo più sotto le coperte. Mi alzavo e facevo colazione, mi truccavo sorridendo, prestando attenzione ai dettagli. Mi cospargevo il corpo di crema ricca e profumata, cambiavo pettinatura. Arrivavo in reparto fresca e con il sorriso stampato in faccia. Pregustavo sempre il momento prima di varcare la soglia della guardiola. Il momento in cui i nostri sguardi si sarebbero incrociati, all’alba di un nuovo giorno. Iniziai a percepire la tensione, l’aria più condensata tra i nostri corpi vicini. Le sue mani che si muovevano sui fogli, le mie che sullo stesso carrello scartavano compresse. Sembrava che tra le nostre dita ci fosse un filo. Senza nemmeno sfiorarsi era come se fossero in qualche modo unite, attratte. Riccardo scherzava, mi prendeva in giro, io fingevo di arrabbiarmi. “Ce l’hai il fidanzato, Isabella?”, mi chiese un giorno, senza guardarmi direttamente. Presa contropiede dalla domanda, iniziai a balbettare. “Preferisco stare da sola. Sto pensando solo alla mia carriera”. Suonò patetico. “Intendo qualcuno nella tua vita, non un futuro marito”, incalzò, sempre con il suo tono calmo. Farfugliai qualcosa. Lui rise. “Ho capito”. Poi arrivò un sabato pomeriggio. Riccardo mi stava dettando cosa scrivere nelle consegne, ...
    ... sul grosso quaderno. Con una mano mi trovavo costretta a mantenere ferma la parte sinistra strabordante di fogli, per impedire che ricadessero sulla pagina bianca, dove stavo scrivendo. Mi distrassi un attimo. C’era stato un rumore. Guardai d’istinto fuori dalla guardiola, senza spostare le mani, interrompendo la scrittura. Allora la sentii. La sua mano, calda, morbida, si era posata sulla mia. Un solo istante, così breve e fugace da farmi domandare se potesse essere stato un mio delirio percettivo. Guardai Riccardo di sottecchi. La sua espressione era impassibile come sempre. Il cuore mi batteva fortissimo. Mi dimenticai della formulazione della consegna. “Puoi ripetere, per favore?”, gli chiesi sommessamente. Lui sorrise. Ripeté. La sera del mio primo turno di notte in quel nuovo reparto cenai prestissimo. Preparai un’intera moka di caffè, mi feci la doccia, indossai il mio completo intimo di pizzo nero, il mio preferito. Mi piaceva l’idea che restasse celato sotto la divisa. Quando arrivai, dopo aver distribuito l’ultima terapia e preparato l’occorrente per i prelievi della mattina successiva, Riccardo mi spiegò l’organizzazione. Avremmo fatto a turno con gli altri colleghi per rispondere ai campanelli, alternandoci per appoggiarci un po’ sulle brandine. Le brandine erano in un’area separata. Il primo turno per riposare toccò a noi e ad un’altra collega. Ci sistemammo alla meglio con delle lenzuola pulite. La sua brandina era di fronte alla mia. Tolsi la divisa carica di ...
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