-
"E dire che ti odiavo" parte 3
Data: 18/03/2020, Categorie: Etero Autore: Isabella91
... penne e forbici e restai con la maglietta bianca. Mi stesi. Lui fece lo stesso. Cercai di rilassarmi. La notte sarebbe stata molto lunga e avevo bisogno di acquisire un po’ di forze. Non riuscivo a prendere sonno. Sentivo lui dall’altra parte, così lontani seppur nella stessa stanza, in una posa così personale ed intima, quella del riposo, senza occhiali, senza scarpe, coperti dai lenzuoli. Udii un bisbiglio. La collega gli stava sussurrando qualcosa. Trasalii. Fu un colpo nel fianco. Restai immobile per un secondo. La sentii ridacchiare. Lui le rispose un flebile: “Dai, dormi”. D’istinto mi alzai, afferrai la divisa, annebbiata. Il contenuto delle tasche si rovesciò rovinosamente sul pavimento, facendo sobbalzare anche loro. “Dove vai?”, mi sussurrò Riccardo. “Non ho sonno. Vado ad aiutare in guardiola con i campanelli”, risposi, gelida. Riccardo se la faceva con quella, ecco tutto. Come avevo fatto ad essere così cieca? Mi sentii stupida, una vera cretina. Tutti i segnali, la sua mano sulla mia, gli sguardi, gli apprezzamenti, allora erano frutto della mia fantasia. Immaginai Riccardo in quella stanza che, con la mano infilata nei pantaloni di quella collega del cazzo, mi derideva insieme a lei. La ragazzina innamorata. La studentessa gelosa. Ora avevo davanti agli occhi l’immagine del suo cazzo che usciva dall’elastico della divisa, turgido e pronto per la bocca volgare di quella donna. Fui invasa da un moto di rabbia e gelosia incontrollabili. Suonò un campanello. ...
... Andai a rispondere e, quando tornai, indugiai davanti alla porta della stanza delle brandine. Ero pronta a sentire dei gemiti, a subire la testimonianza del loro reciproco desiderio. Invece c’era solo silenzio. Allora immaginai lui che le serrava la bocca con la mano e le sussurrava all’orecchio: “Stai zitta”. Cercai di ricompormi. E se invece quel rapporto intimo fosse stato solo nella mia testa? Stavo perdendo lucidità in quella condizione di attesa. Quando, un’ora dopo, uscirono per dare il cambio, mi mostrai del tutto distaccata, in una ridicola parvenza di indifferenza. Riccardo faceva battute come suo solito, come se nulla fosse. Accese la piccola tv. “Che cosa volete vedere?”, chiese gioviale. Io non risposi. Claudia, la collega, squittì: “Quello che vuoi tu”. Avrei voluto strangolarla. Restai zitta per tutto il tempo, sorbendomi un programma di cucina che Claudia sembrava gradire molto, viste le sue risatine. Finalmente, all’ennesimo campanello, decise di alzare il culo ed andare a rispondere al posto mio. Io e Riccardo rimanemmo da soli. Io avevo lo sguardo forzatamente incollato alla tv, impassibile. “Sei arrabbiata?”, mi chiese. Questo era un tipo di domanda che, per il nostro rapporto professionale, valicava nettamente il limite che avremmo dovuto mantenere. Riccardo, alla fine del tirocinio, avrebbe dovuto compilare una scheda dettagliata per giudicare il mio lavoro. Mi avrebbe dato un voto. Avrebbe potuto anche decidere di bocciarmi e farmi ripetere il mese. “No, ...