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Sole di Maggio
Data: 19/11/2020, Categorie: Sentimentali Autore: CLAUDIO TOSCANI
... immagina di essere su una spiaggia. Le spiagge dell’adriatico sono piene di donne senza reggiseno. Il tuo pudore è solo un blocco mentale.» «Che rimarrà tale, furbetto. Qui non siamo a Rimini.» «Mauro ti concede il permesso», fece eco Dino. Lui, che nemmeno aveva aperto bocca, diede un leggero pugno sulla spalla dell’amico ostentando mancanza di turbamento. Stefano, col vago timore che lei accettasse e fosse costretto a vedere quel che aveva perduto, rimase taciturno. La separazione non durò molto perché gli indumenti si asciugarono rapidamente. Perlustrarono la radura a palmo a palmo. Spuntoni d’arbusto sporgevano qua e là, segno evidente che lo spiazzo era stato creato artificialmente. Rinvennero ciuffi di pelo e piume. Su una nicchia del prato erano accatastate ramaglie. Sotto di esse il terreno appariva scavato recentemente. «Sembra abbiano sepolto qualcosa», suppose Dino. «Accertiamocene.» Mentre gli altri rimuovevano la terra, con la costola delle roncole, Stefano filmava. Incontrarono qualcosa di molle. «Silvia voltati!» le intimò Dino. Fece cenno a Mauro d’allontanarla. «Voglio vedere invece.» «Allontanati!» insisté l’amico. Poco dopo disseppellirono la testa della carogna di un cane, in avanzato stato di putrefazione. Ricoprirono stando attenti di celare lo scavo così come lo avevano trovato. L’attesa «Quella gente dovrebbe giungere tra mezz’ora se venisse all’orario indicato dal tizio della telefonata», suppose Dino. Si guardò attorno per verificare se ci fossero ...
... luoghi adatti a nascondersi. «Dove potremmo metterci?» Gigi gli indicò il cornicione di roccia. «Su quella sporgenza c’è spazio più che sufficiente per rimanere sdraiati.» «Sembra un ottimo posto d’osservazione ma c’è da rompersi l’osso del collo a salirci e saremmo in trappola se ci scoprissero lassù», fece osservare Dino. «Possiamo andarci meglio di quanto sembri e c’è una via di fuga. Seguitemi», li sollecitò Gigi. Discesero qualche metro il ruscello e imboccarono un viottolo che s’inerpicava sulla costa. Aveva ragione il Gori a sostenere che non era difficoltoso salire. L’erta era addolcita da un continuo serpeggiare del sentiero e da costole di pietra che fungevano da gradini naturali. Giunsero su un terrazzamento tanto spazioso da ospitare un bivacco di molte persone. L’orlo del cornicione si allungava con una tale regolarità di rientri e sporgenze, da apparire come un’enorme sega sepolta, con i denti affioranti dal ventre del colle. Il lastrone, inclinato dalla parte del poggio, sembrava fatto apposta per sdraiarvisi senza pericolo di precipitare. Il sentiero seguitava oltre e si perdeva tra la macchia. Da lassù potevano spaziare tutta la valletta. Dappertutto, una coltre d’erica non concedeva spazio alla vegetazione d’alto fusto. I cinque amici trovarono un po’ d’ombra accostandosi ad alcuni ginepri casualmente cresciuti così allineati da sembrare piantati apposta. «Ragazzi potremmo fare merenda mentre aspettiamo», propose Dino. «Ho più voglia di bere che di mangiare», ...