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Sole di Maggio
Data: 19/11/2020, Categorie: Sentimentali Autore: CLAUDIO TOSCANI
... vide avvicinarsi strofinandosi la coscia. «Mauro sento che mi sta diventando rigida la gamba.» «Amore torna sul plaid e mettiti bocconi.» Silvia lo guardò smarrita. «Mi hai chiamato amore! Cribbio la faccenda è grave. Non sono stata punta dall’ortica e neanche da una spina.» «Giù, mettiti giù e rimani immobile.» «Cribbio che ci fai con quel taglierino?» Mauro si sforzò di parlarle con un tono rassicurante. «Solo un taglietto.» Riuscì perfino a sorriderle ma sentiva di avere una tensione rigida sulle labbra come se il sorriso che si sforzava di farle non gli appartenesse e la rassicurazione che le voleva trasmettere gli parve incerta e dolorosa. «Oh mamma, lo immaginavo.» Una fitta di dolore le fece stringere i denti. «Devi farlo dal foro di un dente all’altro. Livio dice che si deve fare così se si è morsi da una vipera. Spremi la ferita e lascia scorrere il sangue.» Mauro si concentrò sui due fori provocati dai denti dell’animale. Attorno ad essi ecchimosi e gonfiore si estendevano. Appoggiò la lama del taglierino sulla carne. Sentì il capo leggero e il corpo svuotarsi d’energia, le stesse sensazioni avvertite dopo aver passato il molosso ai soccorritori. “Dio, ti prego, non farmi svenire.” Strinse i denti e serrò la mano sul manico del trincetto. «Che cretina sono stata a non guardare dove mettevo le chiappe», disse Silvia portando le mani a coprirsi gli occhi. Taglia, Mauro!» Lui affondò la lama nella carne. Sulla pelle si formò una sottile linea rosata. Premette la ...
... ferita. Un rivolo vermiglio colò dalla coscia e macchiò l’erba. Scostò le ciocche di capelli che le coprivano il viso. Era pallida, le labbra esangui, la fronte imperlata di sudore, il respiro affannato. «Silvia come ti senti?» «Mi fa un male terribile, avverto molto freddo.» «Ti copro con il plaid. Ora stai immobile, chiamo l’unità d’emergenza di Sanfabiano.» Mauro provò a telefonare ma entrambi i cellulari non avevano campo. Ebbe un gesto di stizza. «Maledizione, non prendono.» Corse verso l’estremità del laghetto e riprovò. Oltrepassò il ponticello. Tentò ancora. Si affrettò a tornare. «Silvia, devo salire sul pianoro.» «Mauro non lasciarmi», lo supplicò tendendole le mani. Lui s’impose di non guardarla per timore di cedere alla commozione, s’infilò le scarpe e corse su per la viottola senza badare alle spine di rovo che lo graffiavano. Sul pianoro riprovò. Nemmeno lì c’era segnale. Imprecò di rabbia. Si precipitò giù per il sentiero. L’affanno gli serrava la gola. Giunto alla pineta, troppo tardi percepì il pericolo. Sentì gli scivolosi aghi sotto le carpe, un calcagno perdere la presa col terreno. Si lasciò rotolare per tentare di ridurre i danni dell’urto, le mani strette a protezione dei cellulari. Strisciò il capo sul terreno, balzò in piedi e compose il numero. Riconobbe la voce dell’infermiere. «Ugo, sono Mauro Fal… Falaschi.» «Raffa, che cosa ti è successo?» La… la mia ra… la mia rag… » «Riprendi fiato e stai calmo.» «La mia ragazza è stata morsicata da una vipera.» «Oh ...