1. Sverginità: "barbara"


    Data: 10/02/2020, Categorie: Etero Autore: renart

    ... regolamento da seguire a bordo e le caratteristiche dell’autobus, con tanto di capienza evidenziata in grassetto. Spingo impercettibilmente il pacco induritosi contro quella carne tosta, sfregandoglielo con un leggero gioco di bacino, e sono quasi certo che la donna abbia risposto con un altrettanto impercettibile rinculo del didetro, calando appena il busto in avanti, anzi, sono sicuro della volontarietà del suo movimento, perché ora aumento la pressione e lo stesso fa lei, con forza uguale e contraria, nel perfetto rispetto della terza legge di quel capoccione di Newton, il che inietta nuova linfa nel mio arrapamento, l’uccello si gonfia come un pavone occupando tutto lo spazio di cui dispone e picchia con la testa per uscire da lì ed entrare altrove. Intontito dall’eccitazione, la mente ottenebrata dalla concupiscenza e incapace di comportarsi secondo la prassi più elementare della ragione, la patta sempre incollata al culo della donna, stacco la mano dalla barra cui è artigliata e, come se non appartenesse più al mio controllo ma agendo per una volontà tutta propria, la sento scivolare sul mio corpo, sul fianco sinistro, giù per la gamba, muovendosi guardinga e silenziosa come una faina nel mezzo di un agguato al pollaio, e da lì ecco che si stacca per coprire i pochi centimetri che la dividono dal poplite femmineo, sfiora appena la vena azzurra che separa la coscia dal polpaccio e subito sale, con i polpastrelli formicolanti d’impazienza, lungo la linea immaginaria che ...
    ... demarca il confine tra il muscolo semitendinoso e il bicipite femorale – i cui nomi mi sono tristemente noti per essermeli stirati all’ultima curva dei 1500 metri in una infausta edizione dei Giochi della Gioventù -, infilandosi sotto la gonna fino a trovare la vasta rotondità del gluteo e lì aprire le dita a ventaglio e arpionare la carne di brace e nuda, in virtù della presenza discreta di un perizoma, il cui filo è risucchiato dal solco che ora percorro col dito medio in tutta la lunghezza, spingendolo alla nicchia ben protetta da fronde morbide e folte, ed ecco che sfiora le labbra, già dischiuse come una magnolia nel giardino dell’Eden, e sta per farci capolino nel mezzo quando la donna si scrolla di colpo, agitando le grosse chiappe, e la mano immediatamente sguscia via, riappropriandosi del suo posto sulla sbarra. Al gesto di insofferenza – così mi è parso – e, insomma, di disappunto, non segue il voltarsi stizzito della donna e una sua piazzata, additandomi vox populi come molestatore, anzi chiede permesso all’amorfo muro di carne che ha davanti e s’incunea in una selva di gambe e braccia e busti accaldati, perché nel frattempo, con uno sfiato e uno sbuffo prolungato, si sono aperte le porte, e occorre far presto a scendere prima che gli appiedati alla fermata, incuranti della norma, si ammassino spingendosi sulle scalette e ingorgando il passaggio. Senza pensarci due volte, mi metto in scia, anche se la donna ha preso un po’ di vantaggio, divincolandosi meglio tra la ...
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