1. Sverginità: "barbara"


    Data: 10/02/2020, Categorie: Etero Autore: renart

    ... gente, e, messo piede a terra, devo girarmi a destra e sinistra più volte prima di scorgerla dall’altra parte della strada, la sagoma ondulata che si staglia nella luce abbacinante che sforma ogni contorno e annichilisce la vista, il passo veloce e sicuro, nonostante il tacco importante dei dècolletè neri, la borsa che le sbatte lungo il fianco destro, l’ancheggiare sinuoso ma non sfacciato. Aspetto che volti l’angolo, poi attraverso veloce, approfittando del traffico intenso nei pressi della scuola elementare, e come un cane affamato fiuto la traccia leggera del suo shampoo alla malva che ancora resiste, galleggiando leggero, prima di stemperarsi nell’aria satura di gas di scarico.
    
    Non conosco bene questa zona, anzi il quartiere nel quale mi sono addentrato non rientra nella mia personale mappa della città. È chiaramente un rione popolare, lo si deduce facilmente dall’architettura delle palazzine tutte uguali, caseggiati di tre piani con l’intonaco marrone scrostato, le tende esterne malridotte e le ringhiere arrugginite – sebbene ciascuna di esse, oltre all’immancabile fioriera, ospita l’antenna satellitare per la pay-tv – accavallati l’uno sull’altro in modo da formare blocchi unici separati da stradine secondarie dall’asfalto crepato, ai cui lati si assiepano bancarelle di nocelle e pistacchi e giuggiole varie, di occhiali da sole e borse e cinture taroccate, cd musicali e dvd di film – rigorosamente pirati entrambi - palloncini gonfiati ad elio e altro ancora. ...
    ... Percorro una di queste stradine, quasi del tutto deserta, vista l’incipiente ora del pranzo – dalle finestre aperte si riversano impudicamente sulla strada il rumore dell’acciottolarsi dei piatti, il profumo di ciò che c’è dentro, la notizia di una strage di migranti mescolata alla puntata in corso di Beautiful, le urla di una madre, gli strepiti dei bambini... -, fatta eccezione di una coppia di anziani che fuma su una panchina e di un gruppo di ragazzi che confabulano sulle scale di un portone, passandosi furtivamente qualcosa da una mano all’altra. Svolto un paio di volte e poi la vedo, in cima ad un vicolo senza uscita, armeggiare con le chiavi vicino al portone dell’ultima palazzina, quella che chiude la strada. E adesso che faccio, mi chiedo, sono venuto fino qui, e allora? Cosa mi credo di poter fare adesso, raggiungerla con una corsa e farmela contro al portone? Il buonsenso mi porta a valutare seriamente l’opzione di ritornare sui miei passi, farmi un panino e cercare la fermata dell’autobus più vicina, ma nei tetri antri dentro di me è un continuo pompare di adrenalina che mi manda su di giri, e la bestia che si sbatte nei calzoni è decisamente più forte del buonsenso, per cui, quando la donna entra, prima che il portone si richiuda alle sue spalle – fortunatamente con molta lentezza – riesco a coprire la distanza e infilare il piede tra lo stipite e il battente.
    
    L’atrio è al buio, schiaccio l’interruttore accanto al portone ma non succede niente. C’è un odore ...
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