1. Sverginità: "barbara"


    Data: 10/02/2020, Categorie: Etero Autore: renart

    ... nauseante, di roba da mangiare riscaldata, verdura del tipo verza e di fritto, ma anche di gatto, di terriere non pulite e di piscio, sì, c’è puzza di piscio di gatto. Non c’è ascensore. Prendo a salire le scale, guardandomi intorno e tendendo le antenne. Dalle porte – almeno dalle tre che danno sul pianerottolo del primo piano - esce ovattata la voce della televisione, come sottofondo naturale sul quale poi si innervano i rumori propri di chi vi abita. Al secondo piano, do una sbirciata alle targhe sulle porte, che chiaramente non mi dicono niente – cosa posso mai sperare di trovarci scritto?: sono qui, entra e stuprami? – e letteralmente mi si ferma il cuore quando una voce mi coglie da dietro, chiedendomi chi stia cercando. Mi volto, è una ragazza vestita tutta di nero, calzoni larghi e camicione. Bassina, ma con due tette enormi che premono dentro la confezione a lutto che indossa. Non riesco a non fissarle, così come non so cosa risponderle. Lei accende una sigaretta e, con le chiavi in mano, mi dice di spostarmi, che deve entrare. Che figura di merda. Ti è andata bene che non c’è mio padre, m’informa, ché se ti beccava a fare il palo qui fuori ti gonfiava di mazzate. Sta richiudendo la porta, ma si gira a guardami. Ha il viso tondo che sembra tracciato col compasso di una mano invisibile, il puntale sul naso e l’indice che ne disegna il cerchio perfetto; gli occhi grandi e neri, la bocca carnosa; i capelli radi e stopposi, legati in un codino striminzito. Si tratta di ...
    ... un’alopecia da stress, mi dice come leggendomi nel pensiero, dovuta alla depressione. Poi, indicando col mento lo zaino che ho in spalla, aggiunge: “Non ci serve niente, né cerotti né buste per l’immondizia né mollette per i panni né tantomeno kleenex a un velo, che quando ti soffi il naso ti ritrovi le dita impiastricciate di moccio. Difficile che fai un centesimo in questo palazzo di morti di fame”.
    
    Sta per chiudere, ma viene colta dall’esigenza di dire ancora una cosa: “Inutile che vai anche di sopra, due appartamenti sono sfitti e nel terzo non ci viene mai nessuno, da quando è morta l’inquilina. Comunque, fai quel che cazzo ti pare. Ciao”, e mi chiude la porta sul muso. La mando a quel paese mostrando il medio alla porta e imbocco l’ultima rampa di scale.
    
    *
    
    La porta dell’appartamento centrale è socchiusa. Mi avvicino e scosto il battente di quel tanto per infilarci la testa. Il corridoio è nel buio, ma in fondo, dalla porta sulla destra, piove una luce fioca, di penombra, che rischiara una piccola porzione di pavimento. Entro e, senza far rumore, richiudo la porta. C’è silenzio, sento solo il mio cuore martellare forte, in petto e nelle orecchie. La casa ha un odore di chiuso e di muffa, deve essere parecchio che non viene arieggiata. Mi tolgo lo zaino dalle spalle, mi genufletto poggiandolo a terra e ravano al suo interno alla ricerca del passamontagna. Con ‘sto caldo ne farei a meno, ma è necessario. Lo calzo, sistemando per bene le aperture sugli occhi il naso ...
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