-
Il colino cap. I
Data: 15/02/2020, Categorie: Etero Autore: passepartout
La storia che sto per raccontarvi comincia nella sala da tè dove lavoro. È un locale nel centro della città, frequentato da un’umanità eterogenea: donne attraenti, uomini d’affari, famiglie, turisti. Qualche mese fa cominciò a frequentare la nostra sala, una donna che in breve attirò la mia attenzione. Sempre elegante e curata ma con sobria semplicità, vestiva spesso tailleur o gonne, dalle quali nonostante la compostezza con la quale si muoveva, riuscivo a scorgere il pizzo delle autoreggenti, il seno generoso era a volte messo in risalto da scollature evidenti ma mai volgari. Una signora. È la parola che più si addice a questo tipo di donna, che ti ammalia e seduce con garbo e distanza. Arrivava intorno alle cinque e sedeva ad un tavolino in fondo alla sala che avevamo preso l’abitudine di riservarle. Ordinava prevalentemente del tè verde, ma di tanto in tanto chiedeva consiglio al cameriere su altri tipi d’infuso, che accompagnava con dei pasticcini oppure una fetta di torta al limone. Forte della mia posizione di responsabile delle vendite, da qualche tempo avevo preso l’abitudine di servirla personalmente e sembrava che questo “rito” a lei non spiacesse. Qualche volta riuscivo anche a scambiare una parola in più, prendendo spunto dalla lettura dei suoi libri. Verso le sette di sera si faceva portare il conto, saldava, lasciando sempre una lauta mancia ed usciva. Durante i fine settimana, il lavoro per me perdeva parte della sua attrazione, avevamo pochi altri clienti ...
... così assidui e rituali, ma soprattutto, pochi che emanassero un interesse così profondo in me. Uscito dal lavoro intorno alle otto della sera, prendevo la metro per tornare a casa, una piccola mansarda acquistata da poco tempo, nel quartiere dove avevo sempre abitato con i miei genitori. Pochi metri ancora piuttosto spogli, ma che con soddisfazione e sacrifici avevo arredato con cura. Rientrato a casa cucinavo qualcosa di veloce e poco impegnativo, i pasti più elaborati, se così si possono chiamare le pennette con la vodka, li riservavo ai giorni nei quali non lavoravo o comunque avevo più tempo. La mia cena frugale era di solito un’insalata condita con noci, ciliegine di mozzarella, mais e formaggio, con mezzo bicchiere di vino rosso. Qualche volta mi cucinavo un petto di pollo e due patate fritte. Mangiavo anche di più e meglio di così nel corso della settimana, specie a pranzo, quando non mancava mai la pasta. Se non avevo impegni con amici e amiche, mi concedevo la lettura del giornale, di un libro, navigavo in internet col mio Mac, oppure uno sguardo alla tv. Qualche volta, quando il cielo lo permetteva, m’impegnavo nello sguardo delle stelle con il mio telescopio, un vecchio aggeggio comprato diversi anni prima. Non conosco l’astronomia, ma osservare il cielo attraverso quella lente mi fa sentire meglio dopo una giornata di voci e rumori, tintinnii e tazze che sbattono. Prima di andare a dormire, mi sorbivo una tisana al finocchio e liquirizia e mi concedevo le mie sei o ...