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La Scema 4- La perdita di una sciarpa bianca
Data: 15/04/2020, Categorie: pulp, Autore: senzaidentità
Non serve che lo dica, non di nuovo. Ne ero pieno della voglia, dolente quasi, di non attenermi ai consigli di mia madre. Finito il ciclo di tutte le mattine e dei pomeriggi assorti, per sicurezza di non soffrire d'allucinazioni, seguii le ondulazioni del corso che saliva da Nicla e verificata la presenza della Mercedes e del proprietario scesi velocemente al cimitero. Tanto là non c'era nulla da vedere. Tuttavia sarebbe stato meglio non dare nell'occhio ma io l'impermeabile e gli occhiali del detective Conan non li avevo... Via, potevo pur sempre procurarmi acqua e fiori e girare tra le lapidi con l'aria di farmi i fatti miei. Di parenti sepolti là ne avevo anch'io. Gladioli. Li presi dalla madre di Marta, stava chiudendo ma la incontrai in tempo, andava a far la cena ebbe da dire. Di sicuro Marta aveva di meglio da fare che mangiare. Suggerì il mio stomaco. Non mi so immaginare… A cosa dovevo assomigliare con una caraffa d'acqua stantia dei campi elisi e due mazzi di fiori più larghi di me, utili a ripararmi il muso. Credo spuntassero solo le mie zampe scoperte dal clima primaverile. Un giro su, un giro giù… -Oh, se ci siamo sbagliati lasciamo i fiori a nonna e ce ne andiamo.- Mi tranquillizzò Stomaco. Ma io non potevo aver avuto un'intuizione errata. Seppi di non averla avuta quando mi trovai di fronte Adorante Rocco. Guardava a destra dandoci l'indicazione, sulla testa portava data di nascita e data di morte ed un vaso vuoto. Gli lasciai parte dei miei fiori per ...
... ringraziare e presi la direzione additata dalla coda dei suoi occhi. No, non più avanti…. Lì con il signor Adorante me ne dovevo restare. Mi appiattii al marmo della sua lapide, freddo sui polpacci. La Scema e il doppione erano appiccicati ad un cipresso. All'epoca mi chiesi sul serio se tra le fatture dei rom ci potesse essere il dono dell'ubiquità. Erano stati spesi bene allora, i soldi per i fiori secchi di sua madre. Marta s'era lavata i capelli da poco, un odore di shampoo copriva quello miasmatico del luogo. Vidi il gemello pazzo dell'altro raccogliere la sua chioma, gocciolante ancora in una coda e allargarci le dita dentro come fa l'aquila che afferra l'animale più piccolo da mangiare al volo. Il tramonto era traslucido, riflettendosi sui vasi di rame e alle cornici delle foto rischiava di chiamare l'attenzione dei raggi su me medesimo. Ma non l’attirò. Strisciai verso la protezione delle colonnine di una cappella alta, ad arco. Mentre lui seguitava ad annaspare tra i capelli di Marta ed ad affondarsi la punta del suo nasino tra le gambe, per aprirle la bocca. La sua bocca. Era sempre piena di saliva tiepida secreta dall'imbarazzo eterno in cui si ciondolava. Proprio a causa di questo la pronuncia delle parole non era sempre perfetta. Marta schiuse le labbra di poco a far entrare solo la punta di quel cazzo e lo si vedeva da lontano farsi vivo, farsi grande per riempirla. Ma quel giorno era già sveglio, capace perché la sera avanti non si erano visti. Le scivolò sulla lingua, ...