1. Saphire. Specchio nello specchio


    Data: 09/05/2020, Categorie: Etero Autore: samas2

    Stavo scandagliando con gli occhi la sala del ristorante del vecchio, comodo albergo, dove alloggiavo quando mi trovavo nella grande città per lavoro. Tanti turisti stranieri, per lo più asiatici, idiomi sconosciuti, una cacofonia di suoni incomprensibili. Ero rassegnato ormai, a concentrarmi esclusivamente sul cibo, quando la vidi. Seduta da sola, a un tavolo non distante, venticinque anni al massimo, Jeans sdruciti, aderente maglietta bianca, ballerine ai piedi; capelli castano chiaro lunghi alle spalle, volto delizioso atteggiato a un broncio che trovavo particolarmente attraente. Le sue dita pigiavano freneticamente la tastiera di un iPhone, ne seguiva una pausa gravida di attesa per una risposta che, si intuiva, sarebbe stata deludente. Nella luce soffusa della sala, il bagliore blu del display, riflesso sul suo viso, ne sottolineava l’espressione triste e malinconica. Sarà stata un’impressione, ma quei begli occhi mi sembrarono brillare per lacrime a stento trattenute. Sono uno squalo e percepisco, con istinto infallibile, gli spasmi di una mente ferita, in difficoltà: non ho remore morali e nulla più poteva ormai distogliermi dal mio scopo: ottenere carne fresca! Consumai distrattamente la cena senza distogliere lo sguardo dalla ragazza che, praticamente, non toccò cibo. Mi alzai, scostai la sedia, e mi diressi, con passo elastico, verso il suo tavolo. “Signorina, perdoni l’ardire, ma mi farebbe un grande onore, nel concedermi la sua compagnia per bere qualcosa ...
    ... insieme, qui fuori, nel giardino del ristorante.” Lei sorrise, ma espresse, sia pur educatamente, un diniego. Accennai a un inchino ed uscii all’esterno. Il giardino, situato su una collinetta, dominava la città che si estendeva al di sotto, e le cui luci e i suoni giungevano attenuati, le une a guisa di bagliori tremolanti, gli altri di sommesso borbottio. Ombrelloni di Siena, tavolini bianchi, una fontana ornata di papiri, allietava la serata una giovane cantante, che si accompagnava con una chitarra e basi musicali; mi sedetti in disparte, su una panchina di fronte a un tavolino, con alle spalle una siepe, e attesi. Saphire, era il suo nome, uscì dal ristorante, si guardò intorno, si diresse, dapprima con passo esitante e poi deciso, verso di me. Piccolina, molto ben fatta. Graziosamente e con voce armoniosa: “Vale ancora l’invito?” Sorridendo, con un cenno della mano, la invitai ad accomodarsi accanto a me. Ordinai un Ben Ryé del 2008, raccomandando una temperatura intorno ai 14°, accompagnato da dolci in pasta di mandorle. Era una notte oscura, appesa, come ad un gancio, a uno spicchio di luna, dall’aria dolce, tiepida che i fiori delle siepi d’osmanto e di elagno profumavano intensamente in quel fine settembre, scampolo di un’estate che non si rassegnava a cedere il campo all’autunno. Rapidamente fra noi si ruppe il ghiaccio e la conversazione scorse fluida, fino a diventare intima. Riuscivo con la mia abilità, anche derivante dalla professione, a incanalare la conversazione ...
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