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Bocca a bocca
Data: 06/09/2020, Categorie: Etero Autore: carisbo
Ci conoscevamo da almeno venti anni. La prima volta che la vidi avevo 19 anni, lei 24, io lavoravo come passa carte in uno studio di avvocati, lei dietro il bancone della cancelleria del tribunale, io portavo i documenti, lei li protocollava e timbrava; quattro futili chiacchiere nell’attesa, qualche caffè alla macchinetta nel corridoio, niente più di questo. Quando smisi di lavorare per quello studio non capitai più in tribunale e per due anni non la vidi, poi una sera andai al cinema, mi sedetti e lei era lì accanto a me; era sola e dopo quattro passi e un pezzo di pizza nel centro commerciale mi disse che doveva andare a prendere l’autobus per tornare a casa e così mi offri di accompagnarla con la mia macchina. Parcheggiai davanti al suo portone, un colpo di fortuna che mi fece pensare che l’universo mi stesse dicendo qualcosa così azzardai. «Se salissi cinque minuti?», mi guardò stupita e pensai: “ora mi manda a quel paese”, invece andò diversamente. «Fammi capire, ci stai provando dicendomi che duri solamente cinque minuti?», disse; mi sentii mancare il respiro e probabilmente divenni rosso come un pomodoro maturo, aspettavo solamente il benservito e invece aprì lo sportello e nel farlo disse: «Perché no, dai sali». Durai più di cinque minuti ma non fu comunque una grande serata, troppo teso e intimorito, quando tornai a casa ero convinto che non l’avrei mai più rivista così quando quindici giorni dopo mi telefonò e con voce allegra mi chiese: ...
... «Ti va di andare al cinema?» rimasi molto più che stupito. La seconda volta andò meglio e “andiamo al cinema” divenne una sorta di codice, a volte chiamava lei a volte io. Si andò avanti così per un paio di anni, senza picchi, un cinema, una pizza e un po’ di sesso senza troppi fronzoli. Un giorno mi chiamò, mi disse che sarebbe dovuta andare a un convegno in Belgio, la collega con la quale doveva partire si era ammalata, se ero disposto a pagare per il cambio di biglietto aereo avrei potuto prendere il suo posto, albergo e pasti erano già pagati. Accettai. Dopo avere passato un sabato mattina tra aerei e treni, avere mangiato in una tavola calda della stazione di Lovanio e avere passato il pomeriggio ad ascoltare una noiosissima conferenza sui sistemi giudiziari europei tenuta da un relatore che parlava in fiammingo si arrivò al buffet nella sala appositamente allestita dell’albergo. Stavo riempiendomi il piatto quando la udii salutare qualcuno, mi voltai e vidi che stava abbracciando un tizio elegantemente vestito, alto, ben messo fisicamente, parlottavano, lei mi vide, mi fece un cenno, mi avvicinai e mi presentò, il volto dell’uomo mostrò un velo di delusione, mi salutò cordialmente e altrettanto cordialmente si congedò. «Ho detto qualcosa di sbagliato?», chiesi. «No, il fatto che alcuni anni fa durante uno di questi convegni abbiamo passato la notte insieme e da allora è tradizione ogni volta che ci incontriamo», spiegò. «Gli ho rovinato la ...