1. Impeto estivo


    Data: 15/01/2020, Categorie: Etero Autore: Boezio

    Le grida devastanti di femmina infuocata illuminavano la sera estiva di bagliori acustici stimolanti oltre ogni misura. Bruciava la carne di un’energia rinnovata, di cui le gocce di sudore sparse sull’epidermide erano mistico contrappunto alle erotiche percussioni che il maschio, preda ormai di insensata passione, infliggeva, benché prigioniero, alla fonte eterna e divina del piacere carnale. Sì, le mura bianche, di mediterranea fattura, rimbombavano dell’incrocio di voci sinuosamente intrecciate.
    
    Il sanguigno fluire di umori scandiva il contatto sempre meno lieve, mentre la divinità accoglieva generosa il corposo prolungamento, eretto fino al suo limite possibile quale somma forma di devozione alla Dea. Che, incomparabilmente attraente e sovrana, offriva generosa i seni delicati e consistenti alla bocca famelica del sacerdote.
    
    Indugiava, in quei momenti, la lingua sulle rosee sporgenze ben circolari, vi girava intorno con moto regolare, di tanto in tanto spezzato da morsettini appena accennati e pronti all’interruzione allorquando il moro splendore emettesse un dolce diniego sussurrato, mai arrogante, ma non per questo privo di legittima decisione.
    
    La postura da cavallerizza da lei assunta favoriva tali divagazioni. La spinta reciproca, inoltre, garantiva il massimo del piacere ricavabile dalla lussuriosa congiunzione. Lui, al di là del sommo incontro, gioiva della carne golosamente stretta all’altezza dei fianchi e, ovviamente, anche più in basso. La carezzava, ...
    ... l’afferrava, la lisciava quasi ad accompagnare il dondolio delle due sfere sublimi, ormai libere della costrizione cui il pur sottilissimo tanga le aveva obbligate. L’andamento, a ben pensarci, aveva un tono quasi musicale, un’armonia in un certo qual modo primigenia, eterna, concordante con il moto delle sfere celesti, come sosteneva il filosofo di Mileto sbarcato a Crotone, assertore della teoria che vuole il numero come principio di ogni realtà.
    
    Nella sua musicalità, l’amore fisico stesso può essere numero. Numero come perfezione, numero come precisione, numero come ordine: nulla a che fare con fastidiose e ingabbianti contabilità, ovvio. Numero erano le gambe dritte della Dea, proporzionate al seno e ai fianchi. Numero il passo che esaltava l’elegante disegno del corpo, sia che il tailleur più pesante la rivestisse in inverno, sia che il jeans la foderasse in primavera, sia che il costume favorisse una mai volgare esibizione delle grazie sotto il cielo più caldo.
    
    Formosus, rifletteva nei rari lampi razionali lui immerso nel suo ventre.
    
    Parola latina, significato ambiguo. Non “formoso” nel senso tradizionalmente inteso dalle odierne conversazioni, ma “bello” nell’accezione più semplice del termine. Dea formosa est, “La Dea è formosa”, ossia “La Dea è bella”. Formosa in quanto armoniosa, non in quanto abbondantemente dotata di seni e glutei che, spesso, nel loro eccesso, rendono rozza la beltà femminile e ispirano un sesso istantaneo e isterico, ma privo di quel tono ...
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