1. Tre iene e un lupo solitario


    Data: 09/02/2020, Categorie: pulp, Autore: Edipo

    ... avere saputo dalla figlia quanto era accaduto e di essere rimasta costernata: ora certo il padrone si sarebbe fatto un'idea sbagliata di loro. Aveva aspramente rimproverato quella svergognata e le avrebbe volentieri messo le mani addosso come se fosse ancora una ragazzina: non solo non doveva prendersi certe confidenze ma doveva avere riguardo alla cattiva salute del signor barone. "Non prendetevela con lei", mormorò l'eterno malato," sono io che ho allungato le mani e ..." La donna lo interruppe. "L'uomo è cacciatore, signor barone, sta alla donna evitare di finire preda. Doveva, sempre con il massimo rispetto, allontanarsi e chiederle di non fare certe cose. Del resto, mi rendo conto che, poveraccia, non era facile. E' vedova ormai da dieci anni e nessun uomo l'ha più toccata da allora e sentirsi desiderata da un uomo così bello le ha fatto perdere la testa. Ne so qualcosa anch'io perché da vent'anni oramai nessun uomo mi desidera più e sono vecchia e grassa eppure saprei ancora come soddisfare le esigenze anche dei maschi più giovani e focosi." Una mano si insinuò tra le pieghe della coperta e raggiunse il ventre del malato. Fu solo l'inizio di un'incredibile serata che il barone subì sbigottito e incredulo. Si ritrovò quasi soffocato dall'abbraccio della governante, la testa immersa fra le sue zinnone, ricoperto di baci non richiesti mentre lei continuava a pronunciare frasi del tipo: "No, per piacere, mi vergogno, cosa mi fa fare, sono una vecchia, mi lasci stare, la ...
    ... prego..." Tra un milascistare e un altro la vecchia riuscì a far entrare l'ospite nella tana che a suo dire da tanto tempo era inviolata; se è vero che gli animali sono tristi dopo il coito, Rosalba grande era addirittura sconvolta e scoppiò in un pianto dirotto per la vergogna di cui si era ricoperta, cedendo alle voglie del padrone e in fondo, notò tra le lacrime, non erano questi i servizi per i quali era pagata. Il barone promise, suo malgrado, che le avrebbe aumentato il salario, notizia questa che servì a lenire il dispiacere della donna. Così madre e figlia presero a contendersi gelose le grazie del nobiluomo che, nelle pause del suo male, faceva del suo meglio per accontentarle e non era facile. A complicare le cose intervenne il broncio di Rosalba piccola che il padrone chiamava affettuosamente Rosetta per distinguerla dalle ingombranti parenti. La mattina la ragazza gli portava la colazione con un viso così scuro che inutili risultavano i tentativi di strapparle uno dei sorrisi che in precedenza aprivano in modo promettente la giornata. Il barone non potè fare a meno di chiederle se le aveva fatto qualche torto. "E me lo chiede?" esplose Rosetta, furibonda. "Lei concede le sue grazie a mia madre e persino a mia nonna e io non sono invece degna nemmeno di una carezza!" "Ma tu sei ancora una bambina..." "Quale bambina, sono donna quanto loro e forse anche di più perché ho conservato finora il fiore più bello e profumato. Non sono forse molto più bella e fresca di loro?" ...
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