1. Morire per rivivere


    Data: 14/03/2020, Categorie: pulp, Autore: Tibet

    Io sono solo un canta-storie, nulla di quanto vi racconto è successo. Tibet. Settembre 2009. A bordo di un volo intercontinentale. I lunghi viaggi in aereo gli erano diventati pesanti, la forzata immobilità faceva insorgere prima un fastidioso senso di prurito e poi un dolore che diventava sempre più forte fino ad essere insopportabile. Il dolore si localizzava inizialmente sotto il ginocchio per poi diffondersi lungo tutta la gamba fino al piede. Solo che quella parte della gamba non esisteva più. Decise di prendere doppia dose d’antidolorifico, mentre si assopiva lasciò libera la mente di ritornare nella Valle della Bekaa... Libano 1983... giugno di ventisei anni prima... I combattimenti infuriavano principalmente intorno a Bhamdoun, Souk El Gharb e Kabr Chmoun, la situazione drammatica aveva costretto migliaia di civili disperati alla fuga. Circa 30.000 persone avevano trovato sistemazione temporanea in Deir El Kamar, sarà solo nell’ottobre successivo che le Nazioni Unite riusciranno a raggiungere questa località con un convoglio della Croce Rossa. E’ l’anno delle grandi stragi, degli attentati, dei kamikaze. 61 morti all’Ambasciata Americana il 18 aprile. 241 marines morti nella loro caserma per un attacco suicida il 23 ottobre. Poi ancora 58 paracadutisti francesi. E centinaia di civili che ne fanno le spese. E’ l’anno degli eccidi di Sabra e Chatila. Tutti contro tutti. Gli israeliani occupavano il Chouf e combattevano l’esercito regolare libanese, il quale a sua volta ...
    ... combatteva anche le milizie druse, i falangisti, i seguaci della jihad islamica, gli aderenti al Baas... il partito nazionalista siriano e quelli dell’Unione Araba socialista... i filo-iraniani. Sono i giorni nei quali la corazzata americana New Jersey, al largo della costa, bombardava le posizioni dei drusi, dei siriani e dei palestinesi situate appena fuori Beirut, lo faceva con i suoi grossi calibri con dei proiettili talmente enormi, da 1225 chili, che venivano chiamati “Flying Volkswagen”, le Volkswaken volanti! Allora era un giovane fotoreporter ventiquattrenne, un free lance che lavorava senza alcun contratto, questo lo portava spesso a rischiare molto pur di realizzare delle foto vendibili. Non aveva soldi, era solo al mondo, possedeva solo delle vecchie macchine fotografiche e tanti sogni. Ma nel suo immaginario si vedeva come un novello Robert Capa, il grande fotoreporter di guerra e viveva del suo mito e delle sue convinzioni. Aveva impresso nel cervello il suo motto... “Se le vostre foto non sono abbastanza buone, non siete abbastanza vicino...”. Quel giorno accompagnava un giornalista americano, incosciente quanto lui e perennemente ubriaco. Alcuni giorni prima, completamente fatti e prima di finire la serata in un bordello, avevano programmato di realizzare un servizio vendibile, un’intervista a Nassir Khabib della milizia siriana del Partito Democratico Arabo. Per farlo dovevano provare a raggiungerlo nella sua roccaforte, sui contrafforti che fanno da confine ...
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