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La semifinale
Data: 10/04/2020, Categorie: Gay / Bisex Autore: aperto28
Ci conoscevamo da una vita. Giocavamo insieme quando eravamo bambini e ci prendevamo in giro: lui lo spavaldo asino a scuola, io il bruttino e secchione. Il tempo passava e noi crescevamo distanti. Lui, in paese, imparava il suo mestiere, io in città studiavo, conoscevo volti nuovi, mi scoprivo gay. Lui si innamorava di una mia amica; io vivevo la mia sessualità, sotto le lenzuola, innamorandomi di quello, di quell’altro, di quell’altro ancora. Trascorse qualche anno. Lui era cambiato: non più spavaldo come da ragazzo. Io ero cambiato: non più timido come una volta. Arrivò Giugno. Entrambi al mare e sotto lo stesso ombrellone: un ombrellone di dimensioni giganti, tanto da “ospitare” una cerchia di amici larghissima, quelli di una vita, quelli nuovi, quelli che quel mare non l’avevano mai abbandonato, quelli che quel mare avevano deciso di portarselo nel cuore, altrove, per poi tornarlo ad assaporare nei mesi estivi. E’ stato un lunghissimo corteggiarsi: un corteggiamento silenzioso, fatto di sguardi, di sorrisi, ma più loquaci di qualsiasi parola. Non si poteva parlare, non più di tanto, non più di una chiacchierata amichevole. Perché lei, la mia amica e la sua donna, era lì. Io non volevo tradirla. Lui non voleva farle male o forse non voleva fare male a quella storia che tanto l’aveva maturato, l’aveva fatto crescere e al quale si sentiva indissolubilmente legato e infinitamente grato. Gli sguardi, però, son più veloci delle parole, i sorrisi più eloquenti di ...
... un confronto e quella timidezza che ci accompagnava più dolce di qualsiasi effusione. Non potevo parlargli: in fondo io ero consapevole della mia sessualità, lui forse no ed era fidanzato. Qualsiasi gesto concreto sarebbe dovuto partire da lui. Non potevo permettere il contrario: forse perché lo temevo, forse perché lo trovavo scorretto. Non potevo però fare a meno di guardarlo: bello come il sole, scuro come l’ebano, luminoso come una serena giornata di luglio. E lui percepiva che sotto il mio silenzio, il mio imbarazzo, non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso. Finché non ho incrociato i suoi, che cercavano i miei sotto gli occhiali, quasi a sfidarmi e chiedermi “cos’è che vuoi?”. Avrei voluto rispondergli:" voglio te".Il tutto passava attraverso gli occhi e nulla di più. Quanto avrei potuto resistere? Quando avrei smesso di farmi del male? Non so perché ero così fissato dall’idea di possederlo. Non lo so. Continuo a non spiegarmelo. So solo che fremevo dalla voglia di toccarlo, di assaggiarlo, di sentirlo. Lo guardavo fra le gambe. Non riuscivo a non farlo, era più forte di me. Mi si avvicinava e il mio sguardo era lì. Conoscevo ogni angolatura di quella protuberanza, che poi non era così abbandonate, ma intuivo che era della misura giusta: quella che ti permette di farlo scivolare bene e di godere. E non c’era volta, in cui non mi beccava e poi sorrideva. Abbiamo continuato così per tanto. Era un continuo scambio di sguardi, un perenne comunicare di ...