1. Storie di mostri - Il serpente


    Data: 27/11/2020, Categorie: pulp, Autore: Alba6990

    ... del suo cane. Mi sembrava vagamente familiare, ma io sono uno schifo nel ricordare nomi, facce o quant’altro. “Salve. È un amore!” “Oh, lo so! Ma ci sono dei giorni in cui mi fa dannare! Non sta ferma un secondo, vuole sempre giocare!” “Beh è socievole! Ci sono cani che sono molto aggressivi e per niente amichevoli.” “Sono d’accordo.” Continuai a fare qualche carezza ad Ariel, prima che lui parlasse di nuovo: “Sei Melissa, vero?” “Sì, perché? Ci conosciamo?” “Oh...non proprio. Sono il commesso della pasticceria sotto casa vostra. Quella da dove passate sempre te e tua madre.” Di colpo mi venne in mente. Dietro al bancone, con il grembiule. “Ahh sì! Non l’avevo riconosciuta senza grembiule! Come sta?” “Tranquilla! Io sto benissimo! A parte questo caldo! E anche Ariel dovrebbe mettersi all’ombra. Anzi, dovremmo tornare a casa, i cuccioli avranno nostalgia!” Che merda. All’epoca non mi era passato neppure per l’anticamera del cervello che fosse una stronzata. Dovevo notare tutti quei dettagli che mi vengono in mente adesso: lo sguardo affamato, la lingua umida che si era leccata il labbro. Ma io avevo fatto caso solo ad una cosa: “Cuccioli?” Quella parola è stata la mia rovina. “Oh sì! Ariel ha avuto una bella cucciolata un paio di mesi fa!” “Oddio che bello! Che carini!” “Se ti interessa, posso regalartene uno.” Dovevo dire di no. “Davvero?” “Oh sì! È un peccato darli via, ma non ho lo spazio in casa per poterli tenere. Così sto chiedendo un po’ in giro se a qualcuno farebbe ...
    ... piacere un cane in casa.” Dovevo dire: “No, cazzo! Non mi interessano i tuoi cani immaginari! E ora vai via!” O anche non così drastico: “Mi dispiace, ma no grazie, nemmeno io ho spazio in casa. Arrivederci.” E invece andò diversamente. La sua macchina era troppo profumata. A livello quasi nauseabondo. Piena zeppa di Arbres Magiques tutti uno diverso dall’altro. Il cane era stato relegato nel bagagliaio. Per tutto il tragitto mi ero sentita a disagio. Il silenzio regnava l’abitacolo. Lui mi lanciava occhiate strane, accompagnate ogni tanto da una risatina quasi infantile. Cominciai a pensare che avesse qualche problema. Ogni tanto allungava una mano grassoccia per toccarmi. Una volta una ciocca dei miei capelli castani, una volta il portachiavi appeso alla mia borsetta, un’altra volta il ciondolo a forma di casetta del braccialetto che avevo fatto con mia mamma. Erano strani quei contatti. Era come se si stesse pregustando un pasto succulento. Ma arrivammo a casa sua. Non c’era nessun cucciolo. Nessun altro cane. Mi ero ritrovata legata con una catena al muro. Il sangue mi usciva da una ferita sul sopracciglio. E i miei vestiti erano spariti. Ero entrata nel panico. Il mio carceriere mi guardava dall’alto. Io rannicchiata a terra come un cerbiatto appena nato e lui in piedi di fronte a me. Avevo provato a fargli delle domande. Domande banali. Domande stupide. Domande disperate. Cosa ci faceva lì? Perché ero nuda? Perché ero incatenata al muro? Lui non aveva risposto a nessuna ...