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Io Sono Elbe |7| Le Vite degli Altri
Data: 20/01/2020, Categorie: pulp, Autore: Cigno
... disteso per terra, quasi svenuto per via degli spasmi dolorosi. “Nessuno è protagonista delle vite di altri. La nostra vita va vissuta da noi soltanto. Non possiamo rintanarci e nasconderci con il rimpianto delle vite che avremmo voluto avere.” Fu quella frase, nel diario di Elizabeth, a far desistere Gaia dal commettere un delitto di cui si sarebbe pentita per sempre. Alice, che conosceva bene ogni aspetto di quella storia, si rese conto che la vita che avrebbe voluto ottenere la stava vivendo in quell'istante. Lei era Gaia, in quel momento. Esattamente come Gaia, si era ritrovata in una spirale discendente fatta di violenza e prevaricazione. Le era bastata soltanto una notte nei panni di quel personaggio, per rendersene conto. Aveva vissuto il brivido dell'avventura. Il piacere nel ricevere attenzioni. Il dolore nel venire sopraffatti. La rabbia di vendetta. Doveva necessariamente trarre un insegnamento da quella storia, pensò. Lasciò Norman lì per terra, corse verso la propria stanza. Afferrò la borsa, lasciando tutto il resto. Raccolse il suo cellulare da terra. I lamenti di dolore di Norman le rendevano difficile pensare. Corse in direzione della porta. Si rese conto che era chiusa a chiave. Era in trappola. “Gaia... aspetta... parliamone... perdonami!” disse Norman, con un filo di voce. “Zitto, fottuto bastardo. Dove tieni le chiavi?” urlò Alice, mentre cercava il numero di emergenza. Norman si rialzò a fatica. “Posa quel telefono, ti prego.” disse. “Stai fermo dove ...
... sei, Norman! Io ora chiamo la polizia.” disse Alice, nel panico. “Non lo farai. Ora ascoltami.” Replicò Norman, avvicinandosi. “Lasciami stare!” Disse Alice. Norman si avventò su di lei e la scaraventò per terra, facendole volare il cellulare lontano. “Ti ho detto di stare ferma.” disse Norman, mentre la afferrava per i capelli. Il dolore di Alice fu lancinante. Si sentì trascinata verso un angolo della casa. Una porta chiusa. Norman aprì la porta e rivelò una scala che conduceva ad uno scantinato. “Perché hai dovuto rovinare tutto. Perché?” disse Norman, infuriato. “Lasciami andare, ti prego.” rispose Alice, singhiozzando. “Stava andando tutto bene. Stavamo condividendo qualcosa. Perché siete tutte così?” ribadì Norman, con gli occhi guizzanti. Il terrore di Alice fu totale. La pazzia dell'uomo aveva ormai raggiunto l'apice. Sentiva le forze abbandonarla. La paura circondava ogni parte del suo corpo. Si sentiva paralizzata. “Ora entriamo dentro. Su, forza.” disse Norman, alzando di peso Alice. “No!” urlò lei, scalciando. “Non fare storie.” Disse Norman, cercando di contenere i gesti animosi di Alice. Le afferrò la bocca con una mano, per zittire le sue urla. Alice si aggrappò alla parete, graffiando con le unghia. Si sentì tirare verso il basso. Era finita. La sua vita volgeva al termine quella stessa notte e lei non poteva fare nulla. Se ne convinse. Aveva indugiato troppo. Aveva imparato la lezione sbagliata. Il prezzo per la sua titubanza, per la sua indulgenza, era la vita. ...